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	<title>Ideecongusto &#187; storia | Ideecongusto</title>
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		<title>Romani di ieri. Impero del Cibo di oggi</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2016 21:49:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lucrezia Balducci]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Nell&#8217;immaginario collettivo le scene di banchetto romano sono ritratti di vita quotidiana pieni di allegria, cibo a volontà e vino a fiumi. Questo è vero, ma solo in parte; è sicuramente prerogativa di quella fetta di popolazione agiata, che godeva di numerosi privilegi grazie al grande potere economico e politico che aveva acquisito nel tempo....</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Nell&#8217;immaginario collettivo le scene di banchetto romano sono ritratti di vita quotidiana pieni di<strong> allegria</strong>, <strong>cibo</strong> a volontà e<strong> vino</strong> a fiumi. Questo è vero, ma solo in parte; è sicuramente prerogativa di quella fetta di popolazione agiata, che godeva di numerosi <strong>privilegi</strong> grazie al grande potere economico e politico che aveva acquisito nel tempo. Si tratta di uomini e donne d’affari, personaggi politici, rappresentanti degli dei sulla terra, ma più di tutti gli imperatori, con le rispettive famiglie, strette o allargate. Come oggi, nell’antica Roma in genere si usava consumare <strong>tre pasti al giorno</strong>. Si partiva con lo <em>ientaculum</em> (la nostra colazione), tra la terza e la quarta ora (corrispondente più o meno alle 8:30), per poi continuare il <em>prantium</em> verso l’ora settima (intorno alle ore 12:00) e terminare con la <em>cena </em>intorno alla tredicesima ora (ovvero le 19:00-20:00).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;"><a href="http://www.ideecongusto.it/wp-content/uploads/2015/05/polio.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2095" src="http://www.ideecongusto.it/wp-content/uploads/2015/05/polio-200x200.jpg" alt="antichi romani idee con gusto" width="200" height="200" /></a>Ed è proprio la <strong>cena</strong> il momento d&#8217;incontro per eccellenza, in cui il piacere dello stare insieme, unitamente all’ostentazione del proprio <em>status</em> sociale, anima le stanze delle numerose ville urbane e suburbane. L’élite, l’unica a potersi permettere la cucina in casa, cenava stesa sui <strong>triclini</strong> attorno a una tavola riccamente imbandita, mentre la stragrande maggioranza dei romani, seduti su sgabelli e panche di legno affollava le numerosissime <strong>bettole e taverne</strong> (<em>popinae</em>) della città, dove con pochi sesterzi si poteva avere del pane, una zuppa calda e un bicchiere di vino. Si mangiava tutto con le mani, lavate tra una portata e l’altra, o con i cucchiai (nel caso di zuppe). La <strong>forchetta</strong> <strong>era infatti ignota ai romani</strong>.</span></p>
<h5 style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #800000;">Ma cosa si mangiava in questi banchetti aristocratici?</span></h5>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">La <strong>carne</strong> si mangiava pochissimo; contrariamente a quanto si possa pensare, in quest’epoca il pane era quasi sconosciuto e in sostituzione i Romani usavano la <strong>polenta</strong>. Si chiamava <em>Puls</em> ed era composta da un impasto di farina di farro cotta in acqua e sale (il mais farà la sua comparsa solo dopo la scoperta dell’America) ed era insaporita con formaggi, uova, funghi o frutta. Progressivamente, man mano che l’Urbe entrava in contatto con le popolazioni conquistate, la varietà dei cibi aumentava. Selvaggina, pesce, oltre che i prodotti derivati dalla <strong>vite</strong> e l’<strong>olivo</strong> fecero la loro definitiva comparsa sulle tavole dei benestanti, anche se i più poveri continuavano a condurre una <strong>dieta prevalentemente vegetariana</strong>. Inoltre spezie, dolci e frutti provenienti soprattutto dai regni ellenistici d’Asia e dall’Egitto scatenarono la fantasia dei cuochi romani, che da quel momento elaborarono una gastronomia ricchissima. I romani amavano oltremisura lo <strong>zenzero</strong>, il <strong>pepe</strong>, lo <strong>zafferano</strong>; più che condire, queste spezie ricoprivano letteralmente le pietanze, fino a fargli perdere l’originario sapore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Altro elemento indispensabile nella cucina romana era il “<em>garum</em>”, una salsa fatta di <strong>interiora di acciughe o sgombri</strong> sotto sale, essiccate per molti giorni e all’occorrenza speziate. Ne esistevano vari tipi e i romani (di qualunque ceto sociale) ne erano talmente ghiotti da consumarne grandissime quantità, come fanno oggi gli americani con il ketchup o la mostarda.</span></p>
<h5 style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #800000;">Ma cosa bevevano?</span></h5>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Oltre all’acqua, i Romani amavano innaffiare i propri pasti con il <strong>vino</strong>, mentre la <strong>birra</strong> (fatta con l’<strong>orzo</strong> e non col luppolo) era considerata una bevanda per poveri o barbari. Tanti erano i vini importati dalla Grecia, sia per il sapore, che per le qualità di conservazione. Esistevano numerose qualità di vini: da quelli più economici alla portata di tutti, serviti dalle numerose <em>tabernae</em> presenti nell’Urbe, a quelli d’annata dai costi proibitivi. Date le tecniche “artigianali” di produzione, il vino dei romani aveva un  <strong>gusto molto diverso da quello odierno</strong>. Per conservarlo senza farlo guastare, ad esempio, veniva spesso mischiato con la <strong>resina</strong>, che gli dava un aroma particolare. La sua gradazione alcolica era inoltre molto alta, tanto che per risultare bevibile doveva essere diluito con l’acqua. D’inverno, al vino speziato poteva essere aggiunta dell’acqua calda, che lo rendeva una sorta di <strong>vin brulè</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">A cura di Clelia Alfonsi, archeologa</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt;">Riferimenti bibliografici: </span><span style="font-size: 10pt;">Nico Valerio, <em>La tavola degli Antichi</em>, Milano 1989; </span><span style="font-size: 10pt;">Andrea Giardina, <em>L&#8217;uomo romano</em>, Bari 1993; </span><span style="font-size: 10pt;">Jérôme Carcopino, <em>La vita quotidiana a Roma</em>, Bari 1971; </span><span style="font-size: 10pt;">Carlo Casi, <em>La cucina nel mondo antico. Archeologia e storia dell’alimentazione dalla Preistoria al Medioevo</em>, Grosseto 2009; </span><span style="font-size: 10pt;">Rosaria Ciardiello, <em>Cibus. I sapori dell’antica Roma</em>, Napoli 2010.</span></p>
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		<title>Storia della forchetta (e buone maniere)</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2016 17:53:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lucrezia Balducci]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Non si può parlare del “mangiare con educazione” senza nominare l&#8217;indispensabile strumento del galateo a tavola: la forchetta! Eppure non sempre nella storia anche i signori più “educati”, si sono serviti di essa.  La regina delle posate nasce in Oriente, e precisamente a Costantinopoli, all&#8217;inizio del medioevo. I romani infatti, anche nei banchetti più fastosi,...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Non si può parlare del “mangiare con educazione” senza nominare l&#8217;indispensabile strumento del galateo a tavola: la <strong>forchetta</strong>! Eppure non sempre nella storia anche i signori più “educati”, si sono serviti di essa. </span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">La regina delle posate nasce in Oriente, e precisamente a <strong>Costantinopoli, all&#8217;inizio del medioevo</strong>. I romani infatti, anche nei banchetti più fastosi, portavano “graziosamente” le mani dal piatto alla bocca e viceversa&#8230; Del resto il piatto era stato accuratamente preparato da una figura particolare, il “<strong>trinciante</strong>”. Si trattava di una persona incaricata di suddividere le porzioni nei piatti, soprattutto le porzioni di carne, e di prepararle affinché fosse comodo acchiappare i bocconi con la punta delle dita. Nel medioevo poi, gli uomini in particolare adoperavano il coltello che portavano appeso alla cintura e che serviva per difendersi, minacciare il nemico e&#8230; Mangiare!</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Fu alla <strong>corte del Doge di Venezia</strong>, in continuo contatto con la corte di Costantinopoli, che per la prima volta vennero usate quelle che nelle fonti che descrivono i banchetti dell&#8217;epoca sono dette <em>fascinuli aurei atque bidentes</em> (<strong>le prime forchette</strong> infatti <strong>hanno solo due punte</strong>). Quest&#8217;usanza viene denigrata dal resto d&#8217;Europa come ostentazione e effeminatezza.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Ben presto alcuni però cominciarono ad accorgersi che la forchetta era incredibilmente utile per il consumo delle pietanze favorite dagli italiani tra la fine del medioevo e l&#8217;inizio dell&#8217;età moderna: le insalate e la pasta. Anzi, un&#8217;antica tradizione ci dice che la forchetta con i 4 rebbi (i 4 “denti”), fu inventata da tale <strong>Gennaro Spadaccino, cuoco partenopeo</strong>, per arravugliare più agevolmente gli spaghetti. L&#8217;introduzione della forchetta nelle tavole d&#8217;occidente è in ogni caso sicuramente uno dei tanti primati italiani nel campo della cucina: Caterina de&#8217; Medici nel 1547 sposa il Delfino di Francia, il futuro Enrico II, e trasferendosi in Francia porta con sé tutta la tradizione culinaria italiana, uso della forchetta compreso.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Dalla corte del Doge nella Venezia del Medioevo, infatti, la forchetta si era diffusa prima nelle<strong> tavole dei banchieri e dei mercanti</strong> che spesso prendevano parte ai suoi ricevimenti, e poi, come <em>status symbol</em> e per innegabile praticità ed igiene, anche tra le classi “borghesi”. Tutto ciò avviene prima in Italia, perché come abbiamo detto, era il modo più pratico per mangiare i maccheroni, gli spaghetti, e soprattutto le insalate, che i nostri antenati non si facevano mai mancare (<em><a style="color: #333333;" href="http://www.ideecongusto.it/scopriamo-le-erbe-aromatiche-maggio-2015/" target="_blank">scopri di più sulle erbe aromatiche</a></em>). </span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Che la forchetta sia legata al tipo di cibo lo dimostra il fatto che nel &#8216;600, un tale <strong>Thomas Coryat, gentiluomo inglese</strong>, aveva tentato di introdurre in patria questa buona pratica alimentare che aveva conosciuto in un viaggio nel Bel Paese: ebbe però scarsa fortuna, dato l&#8217;uso preponderante della carne arrostita nella dieta inglese, che veniva spolpata con le mani, tanto che questo tentativo gli valse l&#8217;appellativo di <em>furciferis</em>, che significa sia “<strong>portatore di forchetta</strong>”, che “<strong>iettatore</strong>”. </span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Del resto perfino <strong>Luigi XIV, Re Sole</strong>, forse a causa della sua dieta preferita a base di carni e polli trovava disdicevole l&#8217;uso della forchetta&#8230; Preferendo un contatto più diretto con il cibo!</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Anche il più piccolo oggetto d&#8217;uso quotidiano può portare con sé una storia antica e ricca di aneddoti, che è soprattutto la storia degli uomini che se ne sono adoperati: questa è una delle meravigliose qualità delle tradizioni e del passato del nostro bellissimo Paese.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">A cura di Nadia Barone, archeologa</span></p>
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		<title>Storia del Natale, storia di appetiti</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2015 21:26:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lucrezia Balducci]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il Natale che è da poco trascorso con i tradizionali &#8220;eating contest&#8221; familiari, per me è stato occasione per riflettere su una cosa che a prima vista può sembrare banale, eppure non lo è per niente: la distinzione fra appetito e fame è un concetto assolutamente moderno. Nasce nell&#8217;800 nelle case dei benestanti, dove il fatto di mangiare...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333; font-size: 12pt;">Il <strong>Natale</strong> che è da poco trascorso con i tradizionali &#8220;<em>eating contest</em>&#8221; familiari, per me è stato occasione per riflettere su una cosa che a prima vista può sembrare banale, eppure non lo è per niente: la distinzione fra <strong>appetito</strong> e <strong>fame</strong> è un concetto assolutamente moderno. Nasce nell&#8217;<strong>800</strong> nelle case dei benestanti, dove il fatto di mangiare non è più una questione di ostentazione, di gusto, di status sociale o di fame. Mi spiego meglio. Fino all&#8217;età moderna, la storia dell&#8217;appetito, anche a Natale, vedeva due protagonisti, i <strong>ricchi</strong> e, ovviamente, i <strong>poveri</strong>. Nel passato, la capacità di soddisfare un appetito vorace, di divorare una <strong>tavola imbandita</strong> con cibi grassi era il primo segnale di salute, di floridezza, e quindi uno status sociale. C&#8217;è stato un tempo in cui definire qualcuno &#8220;grasso&#8221; era fargli un complimento! </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333; font-size: 12pt;">Il <strong>Medioevo</strong> è dominato da una tipologia di &#8220;<strong>ricco</strong>&#8221; che equivaleva a &#8220;potente&#8221;, a &#8220;forte e valoroso in guerra&#8221;, la cui capacità di ingurgitare montagne di cibo era quindi un attributo naturale, e una &#8220;virtù&#8221; necessaria a sostenerlo nelle imprese: nel <strong>Rinascimento</strong>, le corti italiane introducono invece una figura di ricco che è anche &#8220;signore&#8221; che non è più o soltanto un grande mangiatore, ma soprattutto un orchestratore di banchetti che dimostrino la sua ricchezza, certamente, ma anche la sua cultura, la sua raffinatezza. Nascono le buone maniere a tavole e il galateo. </span><br />
<a href="http://www.ideecongusto.it/wp-content/uploads/2015/12/babbo-natale-nei-dipinti-famosi-caravaggio.jpg"><img class="  wp-image-2714 alignright" src="http://www.ideecongusto.it/wp-content/uploads/2015/12/babbo-natale-nei-dipinti-famosi-caravaggio-200x200.jpg" alt="babbo-natale-nei-dipinti-famosi-caravaggio" width="313" height="301" /></a><span style="color: #333333; font-size: 12pt;">E dall&#8217;altra parte della società? I <strong>poveri</strong> sono il rovescio triste di questa storia: la fissazione per il &#8220;grasso&#8221; per la pancia nutrita e rotonda, nasce proprio per esorcizzare quella per la fame, la paura che il cibo manchi e non ce ne sia a sufficienza per tutti. I ricchi di cui sopra sono solo una ristrettissima parte della società: agli altri non resta che immaginarsi la favola del paese di Cuccagna, dove il cibo è inesauribile e liberamente accessibile a tutti. Il <strong>mito di mangiare a più non posso</strong> ogni tanto diventava realtà, come a <strong>Natale</strong>, unico periodo dell&#8217;anno in cui il cibo si è sempre ostentato e quasi sperperato, nel passato a ragione però, come risarcimento delle privazioni della vita di tutti i giorni e per propiziarsi una vita migliore nel nuovo anno. Ma tutto questo significava anche un’altra cosa: per secoli una vasta fetta della società ha desiderato mangiare fino a farsi male per l’indigestione per allontanare il più possibile il desiderio frustrante di mangiare. A <strong>Napoli</strong> nel <strong>Settecento</strong>, ci racconta Goethe nel suo Viaggio, un ufficiale della polizia, con un trombettiere, passava per le strade elencando la quantità di cibo consumato e il numero di buoi, maiali, agnelli macellati… E tutti a vantarsi col vicino per vedere chi ha partecipato di più a rimpolpare questo elenco! </span><br />
<span style="color: #333333; font-size: 12pt;">E oggi? Quanto arriviamo affamati a Natale? Io personalmente moltissimo, perché sono preda, come tanti, della nostra era in cui, in questa parte di mondo, non esiste la fame vera. Però forse abbiamo rimosso anche l’<strong>appetito</strong>, in nome di un imperativo costante che è quello della forma fisica ideale e che in realtà ha negato al corpo un’esistenza in grado di esprimersi. A partire dal secondo Dopoguerra abbiamo perso le coordinate alimentari secolari, travolti dalla dietetica americana, mediterranea, macrobiotica, dissociata, etc., dal boom dei <strong>consumi</strong> e da una cultura che è sempre più visiva, virtuale: ci siamo riempiti di regole alimentari che hanno tolto spontaneità all&#8217;approccio col cibo, che è sempre più difficile.</span><br />
<span style="color: #333333; font-size: 12pt;">Siamo nelle condizioni però di diventare più saggi a partire da oggi, e noi di <strong>Idee con Gusto</strong> crediamo che poter definire con più <strong>consapevolezza</strong> il ruolo del cibo nelle nostre vite sia un’opportunità importante per tutti!</span><br />
<span style="color: #333333; font-size: 12pt;">Buon Natale…e buon appetito!</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">A cura di Nadia Barone, archeologa</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-size: 12pt; color: #333333;"><a style="color: #333333;" href="http://www.edwheeler.com/#a=0&amp;at=0&amp;mi=2&amp;pt=1&amp;pi=10000&amp;s=0&amp;p=5" target="_blank">L&#8217;immagine utilizzata è dell&#8217;artista Ed Wheeler</a></span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Viaggio nella storia antica della carne</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 17:58:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lucrezia Balducci]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il consumo di carne e la “grande fame” dell&#8217;antichità “Non patisce contrasto il vorace ventre funesto, che di sì fieri guai la gente attrista” (Omero, Odissea, XVII, ρ287-288), si lamenta Ulisse di ritorno dal suo lungo viaggio, e a ben vedere l&#8217;impressione generale che si ha di Greci, Romani, e di tutti i popoli del...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt;"><strong><span style="color: #333333;">Il consumo di carne e la “grande fame” dell&#8217;antichità</span></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;"><strong><em>“Non patisce contrasto il vorace ventre funesto, che di sì fieri guai la gente attrista”</em> </strong>(Omero, Odissea, XVII, ρ287-288), si lamenta <strong>Ulisse</strong> di ritorno dal suo lungo viaggio, e a ben vedere l&#8217;impressione generale che si ha di Greci, Romani, e di tutti i popoli del Mediterraneo antico, è che fossero costantemente afflitti dalla fame. Si sa bene come la gente comune si nutrisse principalmente di verdure, legumi e cereali; fin dai suoi esordi come specie evoluta, però, l&#8217;uomo si era procurato i propri mezzi di sostentamento principalmente con la caccia e con la pesca. Così, ancora ai tempi di Omero, in tutta l&#8217;Odissea si fa un gran mostrare di quanta carne venisse servita sulla tavola per saziare i tracotanti Proci alla corte di Penelope. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Solo uno o due secoli più tardi, Esiodo (VIII sec. a.C.) citerà però a malapena la carne. Il raccolto annuale dei cereali sarà tutta la sua la preoccupazione; da quel momento in poi, la letteratura gastronomica è divisa tra le descrizioni dell&#8217;alta cucina dei ricchi (come quelle dei ricettari di Archestrato e Apicio) e la soluzione al problema della fame perenne che afflisse tutti gli altri. </span><br />
<span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Nei secoli successivi ad Ulisse e compagni, dunque, <strong>i bovini divennero sempre più preziosi come animali da lavoro nelle fattorie e per la produzione di latte</strong>; per essere visto come una fonte di carne, occorreva che il vecchio bue stramazzasse al suolo, morto di stanchezza, o la vecchia mucca non fosse in grado di produrre abbastanza latte da giustificare la fatica di nutrirla. Possiamo quindi cancellare il “manzo” come voce significativa nella lista degli alimenti della dieta antica.</span><br />
<span style="font-size: 12pt; color: #333333;"><strong>Ovini e caprini, poi, erano sacrificati agli dei ogni anno</strong>, a volte due volte l&#8217;anno, in occasione delle maggiori feste religiose, e poi ridistribuiti alla comunità; ma normalmente anche questi animali erano ritenuti troppo preziosi per la produzione di lana e formaggio. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;"><strong> Esiste infine un animale che non produce né latte, né lana: è il maiale</strong>. L&#8217;unica cosa che il maiale è in grado di produrre sono altri maialini! Ed anche alla svelta, considerando i tempi di gestazione di una scrofa (110 giorni) in confronto a quelli di una capra o di una pecora (5 mesi), e la numerosità delle cucciolate (almeno 8 maialini, contro 1 agnellino o 1 vitellino). Il maiale è anche più facile da allevare, essendo fondamentalmente onnivoro; mangia qualsiasi tipo di verdura, foglia, seme, frutta, radice, e perfino i resti di altri maiali macellati. Così, una volta raggiunta l&#8217;età di otto mesi, il maiale poteva fornire alla comunità antica più di 50 kg di carne! E già mi pare di vedere il primo uomo a macellare un maiale cominciare a chiedersi come conservare tanta abbondanza per i giorni di fame a venire. <strong>Sicuramente “mettere sotto sale” fu la prima attività e quella più naturale e spontanea</strong>. </span><br />
<span style="font-size: 12pt; color: #333333;">I <strong>greci</strong> tuttavia erano autori troppo raffinati per tramandarci notizie e metodi sulla conservazione della carne; la maggior parte delle informazioni le ricaviamo oggi da autori <strong>romani</strong>. Nel De Re Rustica, Catone (III-II sec. a.C.) descrive passo passo il processo di salatura della carne per la preparazione di una specie di prosciutto, che avveniva in vaso alternando strati di sale a strati di carne; Columella (I sec. a.C.) poi aggiungerà al metodo di Catone anche quello tutt&#8217;oggi usato nell&#8217;Italia settentrionale per la preparazione del classico prosciutto crudo, in cui la coscia viene lasciata intera, essiccata e disossata e al posto delle ossa viene inserito il sale. </span><br />
<span style="font-size: 12pt; color: #333333;"> La carne salata, come il prosciutto, divenne quindi molto presto una grande, importante, riserva di cibo e di proteine animali nell&#8217;antichità: al secondo posto troviamo le salsicce. Condire la carne, il grasso ed altri avanzi e porli all&#8217;interno di un budello che fungeva da “contenitore” aveva l&#8217;innegabile pregio di riutilizzare tutti i resti della macellazione del maiale e allo stesso tempo di nasconderli alla vista degli schizzinosi! </span><br />
<span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Ma <strong>la fantasia culinaria dei romani per la conservazione della carne nell&#8217;era “pre-frigorifera” è vasta e creativa</strong>: Apicio suggerisce anche una conservazione della carne bollita in un brodo condito con miele (vi ricordate la pubblicità della Simmenthal®?). Nonostante l&#8217;abilità dei Greci e dei Romani, è evidente come la comunità antica non avrebbe mai potuto fare affidamento sulla carne come alimento base della dieta, al contrario del nostro prospero contemporaneo “primo mondo”: i<strong> metodi dell&#8217;archeologia sperimentale hanno calcolato che 150 g a persona di carne salata alla settimana era la razione media di un antico greco o romano!</strong> </span><br />
<span style="font-size: 12pt; color: #333333;">E tuttavia pare che sia stato sufficiente a rispettare le esigenze alimentari in fatto di vitamine e minerali da proteine animali fino ad oggi&#8230;riflettiamoci su!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">A cura della archeologa Nadia Barone</span></p>
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		<title>Un&#8217;antica storia&#8230; aromatica!</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2015 16:02:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lucrezia Balducci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cibo]]></category>
		<category><![CDATA[Cucina]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[erbe aromatiche]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>“L&#8217;erba è la compagna dei medici e la lode dei cuochi” &#8211; Carlomagno Quella dell&#8217;uomo con le erbe aromatiche o odorose, è una lunghissima storia d&#8217;amore che inizia diversi millenni prima della nascita di Cristo. Vi sembra esagerato? La prossima volta che andate in Francia visitate grotte di Lascaux, e troverete dei dipinti realizzati a...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="font-family: 'arial black', 'avant garde'; font-size: 12pt; color: #808080;">“L&#8217;erba è la compagna dei medici e la lode dei cuochi” &#8211; Carlomagno </span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Quella dell&#8217;uomo con le erbe aromatiche o odorose, è una lunghissima storia d&#8217;amore che inizia diversi millenni prima della nascita di Cristo. Vi sembra esagerato? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">La prossima volta che andate in Francia visitate grotte di Lascaux, e troverete dei <strong>dipinti realizzati a basi di erbe coloranti e datati tra 13.000 e 25.000 anni a. C.</strong> Questo straordinario legame è ancora più evidente nelle antiche civiltà mediterranee. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;"><strong>Antichi Greci e Romani</strong> usavano incoronare i propri eroi, poeti e capi di Stato con aneto, poiché credevano aumentasse la forza fisica, e con alloro, pianta consacrata da diverse civiltà antiche al dio Sole e come tale simbolo di vittoria (ancora oggi noi ci “laureiamo”, e spesso festeggiamo la fine delle nostre fatiche universitarie con corone d&#8217;alloro in testa).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;"> Nel V secolo a. C., <strong>Ippocrate</strong>, il notissimo medico greco vissuto nell&#8217;isola di Kos, ci fornisce un minuzioso catalogo degli alimenti utilizzati in Grecia nel quale elenca circa 400 erbe aromatiche utilizzate comunemente non solo in cucina ma soprattutto con finalità curative: tra queste, la mentuccia, la maggiorana, il timo. Tutte queste piante venivano coltivate nei giardini di ogni casa oppure in aperta campagna, ma molte provenivano anche dalla raccolta selvatica. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;"><strong>Nel mondo classico il confine tra erbe selvatiche ed erbe domestiche è esile</strong>: il processo di domesticazione delle piante in età romana è tutt&#8217;altro che concluso, e forse proprio per questo l&#8217;esigenza culturale di separarsi dal “selvatico” era avvertita con molta intensità. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Così diventa decisiva la creazione di piccoli orti privati e pubblici: è famosa ancora oggi l&#8217;importanza per i Romani degli <strong>horti</strong>, realizzati non solo all&#8217;interno delle domus ma perfino accanto ai mausolei e ai cimiteri (ad esempio lungo l&#8217;Appia Antica). Negli horti romani si coltivava di tutto, dal commestibile al curativo, dall&#8217;estetico all&#8217;aromatico: cosi nel 65 d. C., il medico Dioscoride, nel suo più importante trattato “De Materia Medica”, descrisse una summa sull&#8217;uso in medicina di molte erbe, ancora oggi considerata uno delle opere più importanti e influenti. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;"><img class="alignleft  wp-image-2095" src="http://www.ideecongusto.it/wp-content/uploads/2015/05/polio-200x200.jpg" alt="polio" width="254" height="254" />Per i <strong>Romani</strong> la presenza delle erbe era fondamentale anche in cucina, e costituiscono elemento aromatico principale del garum, salsa rinomatissima anche ai palati più raffinati; se ne conservano diverse ricette, ma sostanzialmente si otteneva lasciando macerare in salamoia per uno o più mesi interiora e polpa di pesci di diversa qualità con timo, finocchietto selvatico, menta e rosmarino, e raccogliendone poi il liquido che colava. Il forte valore aromatico delle erbe era importante soprattutto in quel periodo per ricreare il piatto perfetto, con un gusto molto distante dal nostro. Infatti la cucina romana antica, e poi quella medievale e rinascimentale, era ritenuta un&#8217;arte “combinatoria” e riteneva buono ed equilibrato il gusto che contenesse in maniera “armoniosa” tutte le qualità: il piccante e il dolce, il salato e l&#8217;aspro. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Di tutte queste combinazioni, l&#8217;unica passata ai giorni nostri senza modifiche è quella dell&#8217;agrodolce. Durante il Medioevo la cucina italiana si differenzia poi dal contesto europeo proprio per la ricchezza di impiego dei prodotti dell&#8217;orto: le erbe “odorose” si affiancheranno regolarmente alle più costose spezie. Le erbe citate più regolarmente nei ricettari medievali e rinascimentali giunti fino a noi sono la maggiorana e la menta, seguiti da rosmarino, prezzemolo, salvia e aneto; meno presenti rispetto alle civiltà classiche il basilico, l&#8217;alloro, la mentuccia, l&#8217;anice e il timo. Gli italiani erano famosi in tutta Europa in quel periodo per il grande consumo di insalate condite con abbondanza di erbe aromatiche, e si differenziavano così dai più “carnivori” francesi e inglesi: <em>“il cibo dell&#8217;insalate è proprio, dicono gl&#8217;oltramontani, de&#8217;Italiani ghiotti, quali hanno tolta la vivanda agl&#8217;animali bruti che si magnano l&#8217;herbe crude”</em>. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">Ragioni di povertà, ma anche di clima particolarmente mite, hanno fatto di necessità virtù: si conservano numerosi trattati sulla legge insalatesca, rivolta soprattutto ai cuochi nordeuropei, su come pulire, lavare, asciugare, salare, oliare, mescolare, aggiungere aceto e di nuovo mescolare&#8230; </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;"><strong>Dovremmo recuperare questa perduta e antica identità gastronomica</strong>, forse oggi sconosciuta alla maggior parte di noi, ma che ci ha contraddistinto per tanti secoli in modo così originale e&#8230;salutare!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt; color: #333333;">A cura di Nadia Barone, archeologa</span></p>
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